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Storia della conoscenza geologica dell'Area

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Tra i personaggi di maggiore importanza nella comunità scientifica italiana che hanno lavorato nella zona proposta vanno ricordati: Lorenzo Pareto, Arturo Issel e Gaetano Rovereto.
Il marchese Lorenzo Pareto (1800-1865) può essere considerato il vero fondatore della geologia ligure, anche se non è il primo o il solo ad interessarsi degli aspetti geologici della Liguria. lLa pubblicazione nel 1846 dei "Cenni geologici della Liguria marittima" in "Descrizione di Genova e del Genovesato" e l'elaborazione della prima carta geologica della Liguria, in cui appare mappata la geologia dell'area proposta, costituiscono una decisiva novità nel panorama degli studi geologici, ponendo le fondamenta per il lavoro di ricercatori del calibro, per esempio, di Arturo Issel, che riconoscerà esplicitamente, in una sua nota del 1918, il fondamentale apporto di questo studioso alla geologia italiana.
Arturo Issel (1842-1922), senz'altro uno dei personaggi più significativi ed importanti della geologia ligure e forse quello più conosciuto a livello nazionale, è il primo ad affrontare in maniera organica lo studio dell'area ligure, esaminandone con spirito critico ed innovatore gli aspetti geologici, mineralogici, geomorfologici, paleontologici e paletnologici. Nascono così, oltre a numerosissime pubblicazioni su singoli argomenti, "Liguria geologica e preistorica" del 1892 e "Liguria preistorica" del 1908, monumentali e geniali sintesi dei suoi studi, oltre a fondamentali opere cartografiche come la Carta geologica della Liguria pubblicata con S. Squinabol nel 1890 (fig. 2a).
Sotto la sua direzione vengono acquisite importanti collezioni sempre riferibili al territorio ligure e frutto sia della sua attività di ricerca che dei rapporti scientifici con studiosi ed appassionati: tra esse vanno segnalate le collezioni dell'Oligocene del Bacino Terziario Piemontese (B.T.P.), tra cui va ricordata la Collezione Perrando (figg. 3a, c, d), fondamentale per lo studio delle malacofaune e della flora oligocenica del B.T.P. (ISSEL, 1889).
Importanti sono i contatti di studio che Issel coltiva durante la sua vita con personaggi di notevole valore scientifico, quali Don D. Perrando e P. Principi. Don Deogratias Perrando, per lunghi anni parroco di Stella S. Giustina (SV) un piccolo paese nell'entroterra di Albissola lungo la strada che porta a Sassello, è un appassionato naturalista autodidatta che si dedica con particolare interesse agli aspetti geologici e paleontologici dell'entroterra savonese (ISSEL, 1889). Nei lunghi anni che consacra a questa sua passione acquisisce una approfondita conoscenza di questa area e diventa guida e riferimento preziosi per diversi studiosi, quali Pareto, Issel, Sismonda, entrando così a fare parte di quella comunità scientifica che ha costruito la geologia ligure. Sua preziosa eredità è l'imponente raccolta di fossili (soprattutto del B.T.P.) prima citata. Il prof. Paolo Principi è assistente presso la cattedra di Geologia, prima con Issel e poi con Rovereto, Nella sua multiforme attività scientifica assumono notevole rilievo i contributi nel campo della pedologia e della paleontologia vegetale; in particolare vanno segnalati gli studi sulle filliti di S. Giustina e Sassello della Collezione Perrando, ancora oggi validi contributi all'analisi delle flore oligoceniche (Principi, 1912, 1914, 1916, 1921, 1924)
Issel nel descrivere il panorama dal M. Ermetta evidenzia la notevole dissimmetria dei versanti meridionale e settentrionale e l'andamento parallelo alla costa dello spartiacque. Egli attribuisce lo spianamento della parte sommitale del massiccio ad un'erosione marina oligocenica: infatti mano a mano che i rilievi si sollevavano il mare lasciava spianamenti più bassi come Piampaludo. Nel 1892 Arturo Issel rileva l'area dell'Appennino ligure nella zona del Gruppo di Voltri dove, secondo la sua esperienza, annota la presenza di morene di ridotte dimensioni originatesi da piccoli ghiacciai. Questi depositi, già noti in altre località italiane, non erano stati osservati da nessun altro nell'Appennino ligure e vgengono interpretati da Issel come le tracce di ghiacciai quaternari.
La successione di Issel viene presa dal prof. Gaetano Rovereto (1870-1952), che, partendo da uno spiccato interesse per le scienze naturali in genere, approda alle discipline geologiche grazie ai contatti avuti, durante congressi ed escursioni scientifiche, con personaggi della statura di A. Issel e S. Squinabol. Egli da' un contributo fondamentale allo sviluppo delle conoscenze in particolare sull'area ligure, approfondendone con competenza ed originalità gli aspetti geologici, paleontologici, geomorfologici ed anche geologico-applicativi. Di grande rilevanza sono soprattutto gli studi sul Tongriano del Bacino ligure-piemontese (Rovereto, 1897, 1898, 1900, 1913, 1914) e la monumentale monografia "Liguria Geologica" (Rovereto, 1939), degna continuazione di "Liguria geologica e preistorica" del suo maestro Issel. Strettamente collegata è poi l'intensa attività di rilevamento geologico, che porta a validissimi elaborati cartografici, quali gli inediti fogli 1.100.000 Genova (fig. 4a) e Rapallo-Chiavari
Nell'anno 1934 Federico Sacco relaziona in merito a tracce glaciali nel gruppo del Monte Beigua ed al termine dei suoi studi ipotizza la presenza di una fase glaciale durante il Pleistocene; nella dettagliata carta geomorfologica che allega ai suoi scritti localizza, sia intorno al Monte Beigua che in altri siti più a oriente archi, ripiani, terreni morenici sparsi e terreni diluvio-glaciali. Sacco durante il rilevamento del gruppo del Monte Beigua nota che nei valloni più ripidi e più ad ovest non vi sono depositi morenici di notevole interesse, mentre verso la cima, quasi a corona del monte, sono presenti numerosi resti morenici.
Queste nuove osservazioni ed ipotesi suscitano molto interesse scientifico e danno motivo a Sutter di verificare nell'estate 1937 alcune delle indicazioni di Sacco relative al Monte Beigua. Da questo esame risulta che molte forme sono da ridimensionare perché Sacco ha conferito alla glaciazione una proporzione troppo vasta. Suter, confrontando il Monte Beigua con altre regioni dell'Appennino un tempo ghiacciate, trova che mancano importanti forme dovute al modellamento glaciale, come le valli ad U e i circhi glaciali. Inoltre le rocce montonate, citate da Sacco, sembrano a Suter piccole e di forma non tipica. In conclusione secondo questo autore l'alta regione del Monte Beigua non è stata modellata da una glaciazione ma si può soltanto ipotizzare la presenza di piccoli ghiacciai in base all'esistenza di morene laterali nelle parti superiori della valle. Per Sutter la presenza di queste morene laterali è riconoscibile unicamente in base alla loro forma, posizione topografica e disposizione e conclude affermando che il ghiacciaio del Monte Beigua doveva essere modesto e con lingue di ghiaccio di lunghezza massima di 1 o 2 Km.
Nell' estate del 1938 l' esistenza stessa di così piccoli ghiacciai viene negata dai rilevamenti di Sergio Conti. Da un suo studio morfologico della regione risulta che la zona non aveva una struttura di tipo glaciale ma che si trattava di particolari modellamenti dovuti all'azione della neve, chiamati dall'autore fenomeni di nivazione. Essendo un fenomeno ancora poco conosciuto e mai rilevato a quei tempi in Italia, Conti cerca così di distinguerne i caratteri. Il disgelo repentino sarebbe stato un altro fattore importante perché determinava il soliflusso e lo scivolamento in massa del suolo: quest' azione contribuiva ad isolare le pareti rocciose, abbassandone il terreno antistante e a conferire persino forme di circo. Queste colate prendono il nome di rockglaciers, rockstreams, stone rivers, combe-rocks. Conti porta come esempio dell'effetto della nivazione i dintorni del Monte Beigua, che costituiscono la parte più elevata del Gruppo di Voltri


cattureGR

Don Perrando

Issel

pareto

rovereto
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